La Vita Felice,2025,250 pagine
La genesi di questo libro è interessante: l’autore ha visitato i cimiteri del Ponente Ligure alla ricerca di lapidi con epitaffi che in qualche modo attirassero la sua attenzione. Si è documentato sulle storie relative a queste persone, a volte piccole celebrità di provincia, a volte gente più comune, e poi ha fatto un salto di fantasia, immaginando piccole storie di contorno, vignette relative alla vita e la morte di questi personaggi.
Sì, viene in mente Spoon River o magari De André, ma trovo che qua ci sia un lavoro di documentazione e di selezione che nelle versioni poetiche non c’è (o, perlomeno, non traspare). Quello che infatti rende pregevole l’operazione è come riesca a trasmettere l’atmosfera di un pezzetto di Italia in un periodo preciso, dall’Unità di Italia al primo dopoguerra, con una piccola appendice di cui parlo dopo. Ci sono i grandi eventi (il Risorgimento, le due guerre mondiali), le grandi ideologie (il contrasto tra religione e razionalismo compare spesso, è evidentente un pallino di Ferrando) ma anche storie particolari, come il violinista virtuoso cieco “Seidita” o anche piccole storie quotidiane di piccola gente, più rare perché è più difficile che potessero dedicare una lapide con epitaffio.
Le storie sono brevi, di solito poche pagine, e quasi sempre si usa lo stratagemma dell’epistola o del diario, anche se in un caso ci si spinge anche a una piccola pièce teatrale. Forse il difetto maggiore del libro sta in questo: le storie sono appena accennate, e troppo spesso didascaliche, nel senso che si limitano a mettere in prosa una serie di informazioni. La fantasia sembra troppo trattenuta, forse per pudore nei confronti sia dei defunti che dei lettori, ma mi sarebbe piaciuto qualche guizzo più inaspettato.
Chiudo, come il libro, con l’ultima storia. Al contrario delle altre, qui l’epitaffio è inventato e la storia è completamente vera e parla di un piccolo grande avvenimento in un paesino di poche decine di anime in cui viveva il bisnonno dell’autore e la festa che ne segue. E vi assicuro, è davvero difficile non commuoversi a leggerlo. Anche se c’è un piccolo controfinale nascosto nelle appendici, questo è un finale meraviglioso.
Sette Città,2024,610 pagine
Settembre nero è una coming of age molto brusca di un ragazzino di dodici anni, che nell’arco di poco tempo, nell’estate in Versilia del 1972, scopre l’amore e il male. Veronesi se la prende davvero con molta calma, costruendo lentamente l’idillio del protagonista, concedendosi diverse digressioni e entrando in dettagli a volte esagerati, tanto che a un certo punto l’io narrante ammette che per molti particolari ha fatto delle ricerche perché non era sensato ricordarsi qual è il distacco di un ciclista su un altro in una gara. Forse, se non era sensato ricordarlo, non ha senso neanche comunicarlo al lettore, però. E forse è parimenti eccessivo e frettoloso l’accavallarsi degli eventi negativi quando iniziano a succedere: in pratica, accade tutto nelle ultime 40 pagine sulle trecento del libro.
L’autore scrive bene, e le prime pagine mi avevano molto preso, anche perché mi ero riconosciuto in alcuni tic del protagonista (come penso avranno fatto in tanti), ma prima l’eccesso di languore e poi l’eccesso di fretta alla fine mi hanno lasciato l’amaro in bocca. Non è un brutto libro, ma è stato il mio primo Veronesi e probabilmente l’ultimo.
Il riassunto
A mother and her two daughters move to Taipei to open a noodle stand at a vibrant night market, but family secrets and tradition test their fresh start.
Il riassunto
A retelling of the classic Dickens tale of Ebenezer Scrooge, miser extraordinaire. He is held accountable for his dastardly ways during night-time visitations by the Ghosts of Christmas Past, Present and Future.